LUCIO FONTANA (1899-1968)

Lucio Fontana nasce il 19 febbraio 1899 a Rosario di Santa Fè, in Argentina, da genitori italiani: il padre Luigi, originario di Varese, è scultore; la madre, Lucia Bottino, è attrice di teatro. Nel 1905, all’età di sei anni, si trasferisce col padre in Italia, a Milano dove inizia la sua formazione scolastica. Nel 1914 – 1915 frequenta l’Istituto Tecnico “Carlo Cattaneo”, una scuola per capomastri edili che lascia col sopraggiungere della prima guerra mondiale. Nel Carso è afflitto da congelamento al braccio e viene congedato con medaglia d’argento al valore militare. Riprende gli studi e consegue il diploma di “perito edile”. Nel 1922 torna in Argentina dove, dopo un primo periodo dedito all’attività commerciale, si trasferisce a Rosario di Santa Fè. Qui lavora prima come scultore nella bottega del padre, particolarmente attiva nell’ambito della scultura cimiteriale, poi apre un proprio studio a Rosario. Nel 1926 modella la sua prima ceramica il Ballerino di charleston, opera che viene acquistata dalla Galleria d’Arte Moderna di Rosario di Santa Fè, mentre l’anno dopo realizza il monumento dedicato all’educatrice Juana Elena Blanco sita nel cimitero El Salvador a Rosario. Verso la metà del ’27 rientra in Italia e si stabilisce a Milano. S’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera dove frequenta i corsi Adolfo Wildt. Tra la fine del ’29 e l’inizio del ’30 dovrebbe avere conseguito il diploma di scultura. Nel frattempo partecipa a diverse esposizioni e concorsi in Italia, in Spagna e in Argentina. Nel 1930 partecipa alla XVII Biennale di Venezia e alla collettiva Studi di artisti lombardi noti e giovanissimi nella Galleria del Milione. Il suo lavoro inizia ad interessare numerosi studiosi, tra i quali, Edoardo Persico, Renato Birolli e Aldo Carpi. Conosce Teresita Rasini che diventerà sua moglie. Nel 1931 realizza due mostre personali alla Galleria del Milione (Milano), la prima in febbraio a cura di Edoardo Persico, la seconda in dicembre. In questa occasione espone dei ritratti in terracotta colorata, in bronzo e il gesso della Vittoria. Tra i critici scrivono di lui Dino Bonardi e Raffaello Giolli. Nel febbraio-marzo del 1932 partecipa alla III Mostra d’Arte del Sindacato Regionale Fascista delle Belle Arti di Lombardia allestita presso il Palazzo delle Permanente di Milano. Nel marzo-aprile del 1933 partecipa alla IV Mostra d’Arte del Sindacato Regionale Fascista delle Belle Arti di Lombardia allestita a Milano presso il Palazzo delle Permanente. Dell’aprile-giugno è la collettiva Prima Mostra del Sindacato Nazionale Fascista di Belle Arti. Primavera Fiorentina a Firenze, mentre in maggio-settembre partecipa alla V Triennale di Milano. Nel 1934 tiene un’altra personale alla Galleria del Milione. Incontra Carlo Belli e frequenta un gruppo di artisti appartenenti all’astrattismo italiano, quali Osvaldo Licini, Fausto Melotti, Mauro Reggiani, Gino Ghiringhelli, Atanasio Soldati, Oreste Bogliardi e Luigi Veronesi. Stimola l’interesse critico di Edoardo Persico, Leonardo Sinisgalli e Raffaele Carrieri. Data a gennaio del 1935 la personale alla Galleria del Milione e nel mese di marzo firma il manifesto della Prima mostra collettiva di Arte Astratta italiana: Ghiringhelli, Licini, Melotti, Reggiani, Soldati, Veronesi, Bogliardi, De Amicis e D’Errico, l’esposizione si tiene a Torino nello studio di Felice Casorati ed Enrico Paulucci, in via Barolo 2. Nello stesso anno aderisce a Abstraction Creation a Parigi. Nel 1936 viene pubblicata la prima monografia sul suo lavoro scritta da Edoardo Persico per le edizioni Campo Grafico. Inizia a lavorare la ceramica presso i forni di Giuseppe Mazzotti ad Albisola Marina. Questa attività lo impegnerà fino al dicembre del ’39, quando parte per l’Argentina. Nel mese di settembre del 1937 inizia a lavorare presso la Manifattura di Sèvres e nel mese di dicembre allestisce due mostre. La prima presso la Galerie Jeanne Bucher-Myrbor dal 16 al 31, la seconda presso la Galerie Zack allestita dal 20 dicembre 1937 al 13 gennaio 1938. Nel mese di marzo del ’38 presso la Galleria del Milione allestisce la sua terza mostra di ceramiche. Il testo in catalogo è di Tullio d’Albisola. Dello stesso anno è la monografia di Erich E. Baumbach, Le sculpteur Lucio Fontana. Un essay analytique pubblicata per i tipi di Campografico. All’inizio del 1940 parte per Buenos Aires, dove si stabilisce, lavora intensamente e vince vari concorsi di scultura. Professore di modellato alla Scuola di Belle Arti, nel 1946 organizza con altri una scuola d’arte privata: l’Accademia di Altamira che diventa un importante centro di promozione culturale. E’ proprio qui che, in contatto con giovani artisti e intellettuali, elabora le teorie di ricerca artistica che portano alla pubblicazione del Manifiesto Blanco. Rientrato a Milano nell’aprile del 1947, Fontana fonda il “Movimento spaziale” e, con altri artisti e intellettuali, pubblica il Primo Manifesto dello Spazialismo. Riprende l’attività di ceramista ad Albisola e la collaborazione con gli architetti. L’anno seguente vede l’uscita del Secondo Manifesto dello Spazialismo. Nel 1949 espone alla Galleria del Naviglio l’Ambiente spaziale a luce nera suscitando al tempo stesso grande entusiasmo e scalpore. Nello stesso anno nasce la sua invenzione più originale quando, forse spinto dalla sua origine di scultore, alla ricerca di una terza dimensione realizza i primi quadri forando le tele. Continua a essere invitato alle Biennali di Venezia, alle Triennali di Milano. Nel 1950 esce il terzo manifesto spaziale Proposta per un regolamento. Nel 1951, alla IX Triennale, dove per primo usa il neon come forma d’arte, legge il suo Manifesto tecnico dello Spazialismo. Partecipa poi al concorso indetto per la Quinta Porta del Duomo di Milano vincendolo ex-aequo con Minguzzi nel 1952. Nello stesso anno firma con altri artisti il Manifesto del Movimento Spaziale per la Televisione ed espone per la prima volta in modo compiuto le sue opere spaziali alla Galleria del Naviglio di Milano. Scatenando di nuovo entusiasmo e sgomento, oltre a forarle, Fontana dipinge ora le tele, vi applica colore, inchiostri, pastelli, collages, lustrini, frammenti di vetro. E’ ormai noto e apprezzato anche all’estero. Nel 1957, in una serie di opere in carta telata, oltre ai buchi e ai graffiti appaiono, appena accennati, i tagli ai quali arriverà compiutamente l’anno successivo: dalle tele a più tagli colorate a velature a quelle monocrome intitolate Concetto spaziale, Attesa. Mostre e partecipazioni a manifestazioni internazionali si susseguono a ritmo sempre più intenso: i musei, le gallerie e i collezionisti più sensibili acquistano le sue opere. Uomo di grande generosità, sempre pronto, anche quando materialmente non ne aveva ancora la possibilità, ad aiutare i giovani artisti, Fontana li incoraggia, ne acquista le opere, fa loro dono delle sue anche se, nella maggior parte dei casi, sa che saranno subito vendute. In quegli anni Fontana realizza, oltre a sculture in ferro su gambo, una serie di opere in terracotta, note come Nature: sorta di sfere su cui interviene con larghi squarci o ferite a taglio; continua anche a eseguire lavori in ceramica di grande e di piccolo formato e a collaborare con i maggiori architetti per opere di environnement, denominate Ambiente spaziale, in cui impiega la luce come elemento innovativo, secondo una tecnica ripresa poi da altri artisti. Negli anni ’60, di ritorno da New York, Fontana, ispirato dalle luci della città, realizza una serie di opere su lastre di metallo. Si dedica poi a una serie di dipinti ovali, a olio, tutti dello stesso formato, monocromi e costellati di buchi, di squarci, a volte cosparsi di lustrini, che chiama Fine di Dio. Lo stesso tema si ritrova, nel 1967, in una serie di ellissi in legno laccato a colori squillanti, pezzi unici realizzati su suo disegno. Tra il 1964 e il 1966 inventa i Teatrini: cornici in legno sagomato e laccato che racchiudono tele monocrome forate. Non abbandona però i “tagli”, cui rimane fedele sino all’ultimo, e nel 1966, per la sua sala bianca, con tele bianche segnate da un solo taglio verticale, la giuria internazionale della XXXIII Biennale di Venezia gli assegna il primo premio per la pittura. Lasciata Milano e trasferitosi a Comabbio, paese d’origine della sua famiglia di cui aveva restaurato la vecchia casa colonica, muore il 7 settembre 1968.