ALDO BERGOLLI (1916-1972)

Aldo Bergolli, nato a Legnano il 16 luglio 1916, è scomparso a Milano il 18 settembre 1972. Dopo le lezioni di Eliezer Turri è ammesso nel 1938 ai corsi di Aldo Carpi e di Achille Funi all’Accademia di Brera. Si diploma nel 1942, premio Hayez. Amico di Giuseppe Ajmone e di Piero Giunni, dipinge con loro il paesaggio della Valle Olona. Chiamato alle armi, rientra in patria soltanto nel 1946, dopo la prigionia in Germania. Ritorna alla pittura nel difficile e fervido dopoguerra milanese vivendo le esperienze e gli entusiasmi del quartiere di Brera e compiendo accanto agli amici il percorso per ricollegarsi alle ricerche d’oltralpe. Sottoscrive il Manifesto del Realismo “Oltre Guernica”. L’adesione ai modi picassiani è documentata da dipinti come La vecchia del 1946 e dal clima della cartella di incisioni realizzate per le Edizioni Einaudi nel 1947, esposte alla Galleria del Camino. In chiave di sperimentalismo postcubista la prima mostra personale alla Galleria di Pittura nel 1948. Un aggiornamento linguistico lo porta, in modi singolari, a tangenze con l’ambito astratto- concreto, documentate dall’ampia tela del ’50 inviata alla XXV Biennale di Venezia. Il biennio seguente verifica un avvicinamento alle proposte dell’Informale. Addensamento della materia e infittirsi del segno determineranno, con la distanza da ogni poetica neonaturalista, l’inclusione di Bergolli nella temperie dello Spazialismo. Pur emergendo di tanto in tanto una sua qual fedeltà alla pittura di figura (il concorso di Gallarate premia un suo dipinto in residui modi postcubisti), nella sua opera si stabilizzano elementi derivati dall’art autre. Bergolli è invitato nel ’51 alla VI Quadriennale di Roma. E’ amico di Lucio Fontana, vicino a Roberto Crippa e a Cesare Peverelli. Nel 1954 è invitato alla X Triennale di Milano con dipinti, pitture murali, progetti per tessuti e interventi alla mostra del fiore. Espone nel 1955 al Premio Lissone e alla Galleria del Cavallino di Venezia, presentato da Franco Russoli. La sua opera considera uno spazio saturo di nuclei materici fortemente incisi da un gesto perentorio. A monte sta certamente la lezione di Wols e di Pollock -le cui opere erano state esposte rispettivamente alla Galleria del Milione nel 1949 e al Naviglio nel’51-, declinata però in significativa autonomia, coerentemente lontana dagli automatismi germinali proposti dalla Pittura Nucleare così come dall’alveo ampio del Neonaturalismo, nonostante Francesco Arcangeli citi Bergolli nel suo saggio su ”Gli ultimi naturalisti” in “Paragone”. Del 1955 è la personale al Cavallino di Venezia, con presentazione di Franco Russoli. Costante è nell’artista l’attenzione alle esperienze europee, con la frequentazione di Max Ernst e con viaggi che, dal 1956, lo vedono sovente a Parigi e a Londra, anche per soggiorni prolungati, a volte insieme con Ennio Morlotti. Nel 1956 Bergolli è tra gli artisti del V Premio Graziano alla galleria del Naviglio di Milano e alla galleria del Cavallino di Venezia; espone con gli Spazialisti alla 232° mostra della Galleria del Naviglio: introdotta da Carlo Cardazzo allinea opere di Bacci, Bergolli, Capogrossi, Crippa, Deluigi, De Toffoli, Donati, Fontana, Gino Morandi, Peverelli, Scanavino, Sottsass. Nello stesso anno Bergolli è inserito nel libro di Giampiero Giani sullo Spazialismo per le Edizioni della Conchiglia; nel 1957 nel volume Pittura italiana del dopoguerra edito e redatto da Arturo Schwarz sotto il nom de plume di Tristan Sauvage. Nel ’57 i dipinti vedono nuclei materici evolversi in filamenti organizzati in organismi tentacolari, racchiusi progressivamente in uno spazio obbligato prospetticamente strutturato. Appaiono prima strutture totemiche vicine a quelle di Roberto Crippa (ma tutti gli artisti milanesi lavorano ad una riattivazione della figura in termini contigui e altamente drammatici). In seguito, parvenze figurali vengono disposte nello spazio infido contemplato dai cicli degli “interni” e degli “autobus” (presentati da uno scritto di Emilio Tadini al Salone Annunciata di Milano nel 1959). Essi preludono alla più ampia sequenza dedicata alla Underground londinese, con tutto il portato di angoscia esistenziale che la stretta relazione con l’ambiente sotterraneo, visto come luogo di costrìzione senza scampo, in contiguità con quello della prigionia subìta, mai sopìto nella memoria, comporta per l’artista. La tematica occupa coerentemente un intero decennio, caratterizzata tecnicamente dal progressivo assottigliarsi della materia pittorica fino a un velo estremo, la gamma cromatica ridotta a grigi luminosi di spasmodica sensibilità, una grafìa tagliente a organizzare lacerti di figure dapprima assembrate in aree circoscritte, a stele, quindi come nuclei aggrappati alle soglie del vuoto, le linee di fuga della composizione nitide come tagli nella tela. Il periodo è scandito da una fervida -ma mai pressante- attività espositiva: personali a Parma (Galleria del Teatro 1961), Lugano (Nord-Sud 1962), Milano (L’Indice 1962 e Milano 1964), Bergamo (Dragoni 1963), Londra (Piccadilly 1965), e selezionate partecipazioni: Biennale di Venezia, “Nuove prospettive della pittura italiana” a Bologna e “Alternative attuali” all’Aquila nel 1962; “L’informale in Italia fino al 1957”a cura di Maurizio Calvesi a Livorno; VII Biennale di San Paolo del Brasile nel 1963; “Salon de mai” di Parigi nel 1965. Riceve a Firenze nel 1963 la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica al Premio del Fiorino. Al 1964 datano la cartella “Underground”edita da Giorgio Upiglio -sei litografie a colori, testi di Dino Buzzati e Osvaldo Patani- e la mostra personale ‘Paesaggi urbani’ presentata da Alberto Martini presso la Galleria Milano in via della Spiga, lo spazio espositivo aperto e gestito per un certo tempo da Bergolli con gli amici pittori Gianni Dova, Mario Rossello, Guido e Sandro Somarè. Del ’65 è la personale alla Piccadilly Gallery di Londra. All’opera di Bergolli dedicano scritti critici Ronald Alley, Renato Barilli, Luciano Caramel. Gli ultimi anni Sessanta, nei quali il pittore lavora in uno studio a Mendrisio, verificano nuove icone: anatomie vegetali sezionate e ingrandite, fiori secchi colti sulla soglia del disfacimento, girasoli grondanti acidi, alberi sullo sfondo di luci irreali; i disegni vengono presentati ad Acqui Terme nel ’70; i dipinti al Milione di Milano nel ’71. Pervade le opere un clima del tutto antinaturalistico, gravido dei fantasmi dell’era atomica e memore ancora della lezione surrealista. Presentano le mostre Kaisserlian, Bellinelli, De Micheli. Aldo Bergolli si spegne dopo una lunga malattia. La memoria della sua pittura è affidata a rare occasioni: un’antologica all’Eunomia di Milano prefata da Marco Valsecchi nel 1973; la retrospettiva al Palazzo della Permanente nel 1977, promossa da pittori amici e presentata da Roberto Tassi; due mostre a Busto Arsizio, nel 1974 e nel 1983. Opere nelle seguenti rassegne: “Pittura in Lombardia 1945-73” alla Villa Reale di Monza: “L’Informale in Italia” a Bologna nel 1983; “Fontana e lo Spazialismo” a Lugano e “Spazialismo a Venezia” nel 1987; “Area informale”, Galleria Montrasio, Monza 1987; “La Collezione Boschi-Di Stefano”, Milano 1974 e 1997; “Anni Cinquanta: pittura in Lombardia, Piemonte, Liguria”, Castello di Sartirana Lomellina 1991; “L’altro ventennio 1945-1965”, Arengario di Monza 1999. Opere grafiche a “Di segno in segno” a palazzo Colossis di Meduno e a Villa Borgia di Velate nel 1998.